Vedo Terra
a cura di Arnaldo Romani Brizzigalleria Il Polittico, via dei Banchi Vecchi 135, Roma
settembre ottobre 1995
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Copertina del Catalogo della Mostra


Diario di bordo

Con l'ancora sollevata a prora, e vestita di vele fino ai pomi dell'albero, 
la mia nave stava immota come un modellino di veliero 
posato tra i luccichii e le ombre di un marmo levigato

Joseph Conrad

Prima navigazionePerigliosa e imprevedibile è la navigazione nei vasti e minacciosi mari della scrittura, che celano, tra i lorocandidi flutti di carta, isole di ogni forma e colore. In questi anni ne abbiamo incontrate diverse, al timone del nostro fragile battello che ha per bussola la memoria. Prima abbiamo circumnavigato la misteriosa
Atlantide, i cui splendori sono ricordati da Platone in un celebre dialogo, il Timeo. Poi, oltre le colonne d'Ercole, sono comparsi alla nostra vita i luoghi magici e incantati visitati da Ulisse, mentre in un altroscoglio, lontano ma sicuro, Penelope triste tesseva la sua tela. I mangiatori di loto e i sortilegi di Circe, Scilla, Cariddi e i canti ammalianti delle Sirene: quante insidie nascondeva allora il Mare Nostrum, quante trappole per il coraggioso eroe di Omero!
Atterriti fuggiamo altrove. Un colpo di timone ben assestato, e la prua del vascello punta verso latitudini ben più distanti. Ci conduce la forte corrente del ricordo: da bambini, le onde dei mari di carta si frangevano spesso sulle coste della Malesia, tre Giava e Sumatra, Sarawak e Mompracem, l'aguzzo isolotto delle tigri di Sandokan, la cui proverbiale ferocia veniva placata soltanto dall'amore per la bella Marianna, detta "la Perla di Labuan". Nel frattempo, molto più a Nord, altri gelidi scogli dalle pareti di ghiaccio assistevano attoniti alla terribile lotta tra il capitano Achab e Moby Dick, la balena bianca, mentre nella immensa distesa azzurra dell'Oceano Pacifico si specchiavano le insanguinate gesta di altri pirati, alla disperata ricerca di un tesoro, perso negli assolati mari del Sud. 
Un profondo silenzio, rotto soltanto dalle grida degli uccelli marini, regna su un atollo senza nome prima dell'arrivo di Robinson Crusuoe, il "naufrago" per antonomasia, che vivra' per lungo tempo dei frutti della generosa natura tropicale, ben diversi dagli aspri limoni, crresciuti tra gli scogli di Procida, che ospitano i giochi spensierati del giovane Arturo. Elsa Morante li ha raccontati con toni dolci e poetici, che ricordano gli scorci fiabeschi della Capri di Axel Munthe ancora abitata da pescatori e asinelli. Siamo tornati nel Mediterraneo, ma l'oriente ci chiama di nuovo. Vogliamo sentire i profumi delle spezie vendute nei porti di Hong Kong e Macao, gli stessi che avvolgono le pagine di Luis Camoes, che nelle sue "Lusiadi" racconta con dovizia di particolari l'epica conquista portoghese delle Indie, e quelle, più drammatiche, di Joseph Conrad, che spingono il nostro battello oltre la linea d'ombra, negli oscuri gorghi dell'anima. 

Seconda navigazione
Sicura ma sorprendente è invece la rotta nei limpidi e variopinti mari della pittura, dove scogli e isole hanno spesso i contorni imprecisi dei miraggi e il fascino ipnotico dei nostri sogni migliori, capaci di spingere le tracce delle magiche visioni notturne fino alle soglie del brusco risveglio. Niente arrembaggi nè naufragi, tempeste o solitudini: le ondedi olii e acquarelli si infrangono sule coste di luoghi incantati, immersi nella indefinibile ma feconda natura del simbolo. Mappamondi o atlanti non riescono a imprigionarli, sfuggono alla tirannia imposta da meridiani e paralleli: esistono, ma nessuno sa dove. Appaiono allo sguardo del navigatore come approdi splendidi ma irraggiungibili. Chi saprebbe orientarsi nei mari di Claude Lorrain, incendiati dai dorati raggi di mille tramonti? Quale capitano potrebbe navigare nelle sfavillanti marine di Turner? Quale nostromo potrà mai vantarsi di avere avvistato la mitica Citera di Watteau, o l'oscura Isola dei morti ritratta da Bocklin? 
Luminose apparizioni o geografie impossibili, le isole di Calvino o le infinite biblioteche di Borges. In fondo, sono loro le uniche "isole non trovate".

Terza navigazione
Sospese tra sogno e realtà, simbolo e memoria, le isole dipinte da Massimo Catalani appartengono a orizzonti di terra. Luoghi paradossali, si innalzano in un mare di sabbie dai toni ambrati. Spesso la linea di confine che le separa dalle acque sabbiose di cui sono circondate è sottilissima, come in un miraggio. Oltre quel punto compaiono massicci profili rocciosi, alte scogliere, ripidi faraglioni. A volte la prua è vicino alla terra, altre volte lontana, ma Catalani, il coraggioso capitano che ci guida in questi peripli surreali, vede terra e ci illustra le sue visioni marine. Lì è Basiluzzo, uno scoglio tozzo e deserto davanti a Panarea, nell'arcipelago delle eolie, mentre quell'isola piatta è di fronte a Zara, in Dalmazia. E poi, forse,altre isole,anoi più familiari: Ponza Capri, Ischia, Procida. Anche lel tinte, spiega il capitano, hanno una storia precisa: la pozzolana romana, la sabbia gialla di Palombara Sabina, la polvere di marmo bianco presa dalle cave di Carrara, dove Michelangelo e Bernini trascorrevano giornate intere per scegliere le pietre per i loro capolavori. Giallo ocra, grigio, bruno. Niente colori ad olio nè acrilici, ma polveri minerali, terre che contengono nella loro grana il sottile peso e la poesia di una tradizione secolare, il "genius loci" dell'arte italiana, quel profondo amore per la materia bruta che aveva portato Burri a bruciare il legno grazzo, a strappare la juta, a tagliare il ferro. Catalani non ha voluto rinnegare la sua terra e i suoi luoghi, ma ha coniugato le visioni dei marinai, che da secoli solcano la acque del Mediterraneo, con il piacere tattile e cromatico delle materie di cui è fatto l'antico cuore della città, Roma. Così ha dato vita ad opere che non sono nè dipinti nè sculture, ma ricordi di un navigatore.
Memorie di viaggi passati e presenti, approdi sicuri tra gorghi e minacce che dominano i mari del quotidiano, dove le terre sono mobili come le acque e solo l'arte, forse, può tracciare nuove rotte verso il futuro.
 

Ludovico Pratesi




 


"CARO ARNALDO... CARO MASSIMO..." 

Caro Arnaldo,
ti scrivo per trattare quello che ritengo saliente nella fatica che andiamo a fare. Prendo ora questa iniziativa, con il lavoro in corso, ora che la tua presenza é di maggior conforto. Ho diviso il discorso in valenze, cercando di limitarmi ma allo stesso tempo di non esagerare, per sentire ció che hai da dire.
Preeliminare a tutti i discorsi é quello sul perché di questa terra. Questa e' quella che calpestiamo ogni giorno, noi razza romana, e che ricopriamo di cose fino a non ricordarne piú il colore, la sua luce. La sua natura è vulcanica e marina. E' povera ma non è una povera natura. Quì c'e' la pozzolana romana, quella della malta dei romani, degli acquedotti; la sabbia gialla è quella che nelle ere geologiche era la grande spiaggia su cui batteva il mare che arrivava a Tivoli. La sabbia é di Palombara Sabina, in mezzo si trovano, talvolta, conchiglie fossili. La luce di una materia di fuoco che va a narrare la luce di una materia di acqua. Strano no?
Al primo punto metterei senz'altro il soggetto: sono isole e lo sono perché raffigurano, per me, qualcosa di molto attuale; ed essere in mezzo al mare non é in se un dato triste. Il mare é natura ed immergersi in esso é un atto di nuova nascita, é battesimale. L'isola é un punto fermo che é lí e non necessariamente va raggiunta o non subito; la sua forza é che c'é. L'attualitá é in quest'analogia marino-navigatoria. Un' epoca in cui nasce in noi la consapevolezza di non poter mai piú acquisire sapere, nel senso di accumularlo ma solo scartarlo, scartare saperi per poterne conservare degli altri, sempre piú piccoli e sempre piú personali. Navigare certi mari e scartarne certi altri. Che ne farò, domani, di ciò che ho scartato oggi? Questa condizione di essere in mezzo al mare mi piace. Dove andare?
Al secondo metterei un simbologia caratterial-radicale. Se i montanari sono attaccati ai loro siti e i marinai a loro lidi perché non dobbiamo avere noi un amore viscerale ed ingenuo verso la nostra terra? Verso i colori che hanno sempre fatto, piú o meno, Roma? Ha ancora senso affermare una propria romanitá ? 
Al terzo si vede di come finalmente (o temporaneamente?) mi sono liberato dei colori. Non ci sono colori, solo materie colorate. Le preparo con una certa fatica passandole al setaccio, impolverando tutto. Vado così a trattare la luce stessa della materia e la sua declinazione. Vado a cercare le leggi proprie sull'espressivitá di una e ogni materia.
Al quarto la questione del media caldo-media freddo, un pó vecchiotta che si ripropone. Sai come rifletto sull'importanza, ai fini della trasmissione di un messaggio, del controllo, del dominio, di qualche forma di intervento sul mezzo. In questo caso mi accorgo di preferire quei miei lavori che per colore o per contrasto, comunicano attraverso dei toni delicatissimi in cui l'osservatore, se é dotato di tempo e silenzio interiore, puó lasciarsi andare ad una sua evocazione, in cui la sua personale interpretazione diventa preponderante rispetto al testo. Ogni isola é tutte le isole di una memoria, ogni cielo, ogni mare risiedono giá nell'interprete, la tela é catalizzata/catalizzante. Scelgo senz'altro il media freddo.
Al quinto un problema. Il bianco messo in alcuni lavori mi fa precipitare verso qualcosa di antico. Il bianco é polvere di marmo di Carrara. Mi sono chiesto: se vado a Carrara a prendere una materia da immettere in un lavoro su Roma non é che sono diventato preda dell'ornamento? E questa storia é dura da digerire. Mi salvo pensando a quanta Roma è fatta di bianco di Carrara.
Al sesto di nuovo simbologie spero allegoriche. Ho lavorato, tra l'altro, ad un grosso scoglio chiamato Basiluzzo che sta davanti a Panarea, e un' altra isola, piatta, credo con fondali spettacolari che sta davanti a Zara. Ho una gran paura di toccare quest'argomento e non voglio fare ne' lo jettatore ne' lo speculatore. Tratto solo la loro geografia ma in me é presente cosa era la Dalmazia dieci anni fa quando vi ho navigato. Sarei felice di tornarci presto ma sarei veramente infelice se non potessi tornare a Basiluzzo.
Caro Arnaldo, quí oltre che il mezzo ed il messaggio é in discussione il mittente, cioé la persona. Vorrei sapere se i miei quesiti sono leggittimi e se lo sono qual'è il giudizio che meritano. Possibilmente motivato. E vorrei saperlo da Te ma anche da coloro che vedranno la mostra. L'artista non si puó piú nascondere dietro a ció che gli altri scrivono di lui. Per ritrovare il mondo deve esporsi in maniera diretta, essere in mezzo al mare, insieme ai pesci, agli uccelli, alla umiditá e permeato di salsedine. 
Dicembre 1994

POSTILLA: ti sottopongo un titolo possibile: VEDO TERRA. Nel senso: è in questo modo, è così che vedo terra, la terra. Da questo luogo instabile e non necessariamente pericoloso. Siamo nel mare, in piena navigazione, tutto procede e noi siamo quì, sotto gli agenti atmosferici, esposti ed immersi nella natura. Continuiamo a seguire ordinatamente il nostro cammino e non abbiamo ancora perso il gusto, nell'esporci, nel guardare, nell'immaginare, anche nel sognare. Si vede terra, non si è ancora arrivati, non è il momento del riposo, si continua a navigare, a vivere. Così come nella vita dietro a forme apparenti ci sono gli echi di altri sensi nascosti, così nell'arte l`analogia del gioco ci estrania e ci porta in altri punti di osservazione. Nuove cose diventano interessanti. Forma e Materia possono rappresentare sensi opposti. Terre naturali portano con loro i rispettivi carichi di simbologie, di linguaggi. Il rimescolamento delle materie, la trasmutazione delle sostanze, sono ancora luoghi di fascinazione. Navigare in essi è, per me, tempo di piacere e di pienezza. Asserisco nell'osservazione, il diritto naturale a vivere anche di questo, con tutto il libero potere del pensiero e della fantasia. In modo soggettivo, il mezzo si raffredda nell'espressione, il lettore si scalda, se vuole, nell'interpretazione. La pittura e Archeo-Logo-Logia, è ricerca delle radici del linguaggio figurativo, è ricerca del suo essere necessaria, è piacere colto per palati raffinati, e un pò nostalgici. L'arte futura non passerà per le tele e lo stesso la pittura avrà ancora un suo senso, se sarà Arte, vedremo. Non è ancora il tempo di abbandonarle, le tele, ed in quest'epoca di Finis-Russie esistono ancora sapienti in grado di esprimere ed apprezzare codici linguistici e che sono in grado di tramandarli. In tutto questo movimento un pò di punti fermi fanno comodo, Arnaldo, e se facessero pensare più a Foutrier o a Tapies o addirittura a Turner, allora? Se facessero pensare a Manzoni P. o a Manzoni A. cos'altro vorrebbero dire? E se facessero pensare a Morandi G.(Giorgio)? E se non facessero pensare? La visione è necessariamente pensiero?
Resta che vedo terra e vedo le terre dei colori di Roma (il presente) sempre in mezzo tra i vulcani (il passato) ed il mare (il futuro). Non è importante il significato di questa mostra, lo è la sua possibile carica evocativa: è questo ciò che cerco, la possibilità per l'osservatore di caricare nella memoria dei significati semplici, creati in una ricerca di primordialità. Quì mi ricongiungo con l'osservatore nel nostro comune essere cosa, grave, materia ed il nostro comune significare vita, forse bellezza, forse salvezza. Questo mare che ci sostiene può avvicinarci al distacco necessario a vedere le cose di questa terra. 
Aprile 1995 


Massimo Catalani
Caro Massimo,
oggi è l'ultimo giorno del mese di agosto dell'anno 1995, e ho inteso rileggere la tua appassionata lettera (inviatami alla fine dell'anno 1994 e di già relativa all'incontro per la nostra esposizione). Lettera appassionata che è anche passionale dichiarazione d'intenti creativi. Volevo scrivere, per te e per la tua mostra, un testo critico di presentazione secondo gli schemi consueti, ma la lettura del tuo scritto in due tempi mi ha conquistato al desiderio di risponderti: di scrivere, quindi a mia volta, una lettera che si ponesse in maniera speculare alla tua. Ma a questo punto ho bisogno di spazio, perchè mi sembra necessario fare un pò la storia che riguarda il nostro incontro. La prima volta che ho visto tue opere è stata in una esposizione collettiva curata da Ludovico Pratesi: in un gioco generale fortissimo di installazioni e concettualità varie (anche in ottima resa e qualità), i tuoi quadri apparivano nella sorgività di una ironia e di un piacere di vivere che ne facevano la loro singolarità. I tuoi ortaggi giganteschi (che si andavano ad assommare ai precedenti e altrettanto grandi piatti di pastasciutta, al ciclo dei galli e delle galline che ho poi avuto modo di vedere nel tuo studio) invitavano, con discrezione epperò gioia, a un amore per le meraviglie della natura, così come la natura ha la geerosità di donarci la spontaneità che è il punto di forza che è il punto di forza del meraviglioso miracolo costituito dalla vita sul nostro pianeta. E, dunque, ti ho conosciuto attraverso la via dell'ironia, della gioia, così rara nei racconti della nostra arte più recente, e forse dell'arte in generale. Poi, un giorno e già dopo l'inizio dei nostri accordi preparatori all'esposizione che questo catalogo testimonierà nel tempo, sei venuto a trovarmi in galleria (con la ventata di entusiasmo che sempre ti accompagna) e dalla tua cartella hai tirato fuori un'opera piccina, incofanettata nella sua cornice e che raccontava di un'isola vista in lontananza da un navigatore (non presente nella composizione), nella meraviglia di spazio aperto di mare e di cielo. La tecnica era la stessa degli ortaggi, dale paste e delle galline, ma la cromìa si struggeva nella sabbiosità di unno scirocco che quasi pareva di sentire sulla pelle del proprio volto. Quel navigatore non presente nela composizione, ma artefice chiarissimo di quell'avventuroso vedutismo e quindi anche più presente che se visibile, mi ha offerto la comprensione di un altro tuo versante, di un'altra sfaccettatura della tua invenzione. Mi ha dato il segnale di un assaporatore della solitudine, di un uomo che conquista attraverso la solitudine il senso adulto delle azioni umane, immerso nella natura ed equiparato alla sostanza della natura. Non ho avvertito, nelle tue isole, una solitudine dolorosa, bensì una solitudine vicina ad atti meditativi e trascendentali. E da questo -diversamente non è possibile- si diparte un senso di serenità, quasi di pacificazione (serenità e pacificazione che, al di là della presenti ed inevitabili ambasce quotidiane, Sostanzia la qualità dell'entusiasmo, della gioia e della capacità di leggera ironia che ho sempre apprezzato nel tuo lavoro). E tutto ciò mi viene confermato, come meglio non si potrebbe, dal tuo scritto, laddove dici testualmente "Il mare è natura e immergersi in esso è un atto di nuova nascita, è battesimale".
Caro Massimo, tu ti occupi anche di Artel, di un giornalismo dell'arte messo in atto con i mezzi propri dell'informatica, e questo fa parte della versatitlità generosa con cui ti dedichi al mondo dell'arte, con quella volontà e visione circolare che sono tra i mezzi migliori per la buona riuscita dele cose. E muovendoti, perciò, all'interno di quelle vicende espositive che privilegiano la "ricerca" (ma, mi domando, ricerca di cosa, ormai?), il "senso evoluzionistico" a tutti i costi dell'arte, hai acquistato un abito mentale che ti fa porre delle domande che solamente possono far approdare all'area del dubbio. L'esercizio del dubbio, in sé, è manifestazione di una forte volontà dell'intelligenza; ma avere dubbi sulla realtà del proprio campo di azione è solamente atto masochistico che potrebbe fornire valide ragioni a coloro che attraversano il tuo tipo di espressione creativa. Va detto: alcuni "cattivi ragazzi" (contenti di essere tali) delle attualli vicende dell'arte, giocano senza mezzi termini a un terrorismo culturale che sottende, in realtà, bieco conformismo: il loro pensiero, infatti, ha un valore ultimativo: "O con noi (e allora sei nel giusto), o contro di noi (e allora non vali nulla). Ma l'arte, caro Massimo, è l'esercizio principale di libertà e di messa in atto della diveersità. Amando esclusivamente la loro possibilità espressiva -che giudicano non solo la migliore, ma l'unica lecita -e non apprezzandone di diverse, non sono molto dissimili da coloro che commettono vituperabili atti razzistici: sono, in realtà, dei razzisti in arte.
Se il bianco è polvere di marmo di Carrara, e questa ti consente lo splendore delle nuvole più belle, perchè attardarsi sul dubbio di un senso dell'ornamento? Questo è un falso problema, in quanto le possibilità estetiche sono una nota in più da fare risuonare nella realizzazione della creatività. Io non me la sento di sostenere -come tu fai credo solo per modestia innata, intendendo minimizzare le possibilità delle tue opere -"l'arte futura non passerà per le tele".. Una frase simile mi fa ricordare -la cito per il piacere del buon umore- una canzonetta divertente degli anni Sessanta (era di Bruno Martino): "Nel Duemila noi non mangeremo più nè bistecche nè spaghetti col ragù!". Ecco: siamo a quattro anni dal Duemila e, grazie al cielo, continuiamo a mangiare bistecche e spaghetti, magari solo stando attenti alla linea e al colesterolo.
Caro Massimo: gli esseri umani hanno sempre sentito il bisogo di "colorare", di maneggiare i materiali della pittura, di trasformare, su tela, su parete e su tavola, terre colorate e paste, con l'olio e i collanti e con tutti i mezzi leciti per rendere l'immagine ai fini di un racconto. Sai, io credo che le esigenze degli uomini non siano mai cambiate; al più cambiano òe condizioni del tempo e, come dici tu, "esistono ancora sapienti in grado di esprimere e apprezzare codici linguistici e che sono in grado di tramandarli". Con il ciclo di opere che hai riunito sotto il titolo Vedo Terra, tu hai superato una porta che si apre su un giardino segreto, pervenendo in quella zona di azione che si contraddistingue per il coraggio della libertà:hai realizzato opere che sanno parlare (o che, nel peggiore dei casi, possono parlare) al cuore di chi osserva. Credimi: non è cosa da poco. Guardando ora l'insieme di tutte queste opere, io personalmente, Arnaldo e non altri, le vivo con il piacere rasserenante che ogni opera compiuta riesce a trasmettermi. Come sempre faccio con opere d'arte che mi piacciono, creo per loro possibilità di amicizia con altre arti: me le accompagno nei miei pensieri, con la musica ariosissima di A Sea Symphony di Ralph Vaughan Williams e con i Racconti di mare e di costa di Joseph Conrad. Come puoi vedere, Massimo, ti ho messo in buonissima compagnia. 
 
Arnaldo Romani Brizzi
 


 
 

Monte Circeo
cm.112x78
1995



 
 

Zannone
cm.20x15
1995



 
 

Palmarola
cm.220x90
1995



 
 
***

Kornad Island
cm.140x50
1995



 
 
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Basiluzzo
cm.112x78
1995



 
 

Capri, Sorrento, Positano (studi preparatori alla mostra)
cm.120x60 ca. 
1994



 
 

Promontori liguri
cm.122x78
1995

 


 

 
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