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Diario
di bordo
Con
l'ancora sollevata a prora, e vestita di vele fino ai
pomi dell'albero,
la mia
nave stava immota come un modellino di veliero
posato
tra i luccichii e le ombre di un marmo levigato
Joseph
Conrad
Prima navigazionePerigliosa
e imprevedibile è la navigazione nei vasti e minacciosi
mari della scrittura, che celano, tra i lorocandidi flutti
di carta, isole di ogni forma e colore. In questi anni
ne abbiamo incontrate diverse, al timone del nostro fragile
battello che ha per bussola la memoria. Prima abbiamo
circumnavigato la misteriosa Atlantide,
i cui splendori sono ricordati da Platone in un celebre
dialogo, il Timeo. Poi, oltre le colonne d'Ercole, sono
comparsi alla nostra vita i luoghi magici e incantati
visitati da Ulisse, mentre in un altroscoglio, lontano
ma sicuro, Penelope triste tesseva la sua tela. I mangiatori
di loto e i sortilegi di Circe, Scilla, Cariddi e i canti
ammalianti delle Sirene: quante insidie nascondeva allora
il Mare Nostrum, quante trappole per il coraggioso eroe
di Omero! Atterriti
fuggiamo altrove. Un colpo di timone ben assestato, e
la prua del vascello punta verso latitudini ben più
distanti. Ci conduce la forte corrente del ricordo: da
bambini, le onde dei mari di carta si frangevano spesso
sulle coste della Malesia, tre Giava e Sumatra, Sarawak
e Mompracem, l'aguzzo isolotto delle tigri di Sandokan,
la cui proverbiale ferocia veniva placata soltanto dall'amore
per la bella Marianna, detta "la Perla di Labuan". Nel
frattempo, molto più a Nord, altri gelidi scogli
dalle pareti di ghiaccio assistevano attoniti alla terribile
lotta tra il capitano Achab e Moby Dick, la balena bianca,
mentre nella immensa distesa azzurra dell'Oceano Pacifico
si specchiavano le insanguinate gesta di altri pirati,
alla disperata ricerca di un tesoro, perso negli assolati
mari del Sud. Un
profondo silenzio, rotto soltanto dalle grida degli uccelli
marini, regna su un atollo senza nome prima dell'arrivo
di Robinson Crusuoe, il "naufrago" per antonomasia, che
vivra' per lungo tempo dei frutti della generosa natura
tropicale, ben diversi dagli aspri limoni, crresciuti
tra gli scogli di Procida, che ospitano i giochi spensierati
del giovane Arturo. Elsa Morante li ha raccontati con
toni dolci e poetici, che ricordano gli scorci fiabeschi
della Capri di Axel Munthe ancora abitata da pescatori
e asinelli. Siamo tornati nel Mediterraneo, ma l'oriente
ci chiama di nuovo. Vogliamo sentire i profumi delle spezie
vendute nei porti di Hong Kong e Macao, gli stessi che
avvolgono le pagine di Luis Camoes, che nelle sue "Lusiadi"
racconta con dovizia di particolari l'epica conquista
portoghese delle Indie, e quelle, più drammatiche,
di Joseph Conrad, che spingono il nostro battello oltre
la linea d'ombra, negli oscuri gorghi dell'anima.
Seconda navigazione
Sicura ma sorprendente
è invece la rotta nei limpidi e variopinti mari
della pittura, dove scogli e isole hanno spesso i contorni
imprecisi dei miraggi e il fascino ipnotico dei nostri
sogni migliori, capaci di spingere le tracce delle magiche
visioni notturne fino alle soglie del brusco risveglio.
Niente arrembaggi nè naufragi, tempeste o solitudini:
le ondedi olii e acquarelli si infrangono sule coste
di luoghi incantati, immersi nella indefinibile ma feconda
natura del simbolo. Mappamondi o atlanti non riescono
a imprigionarli, sfuggono alla tirannia imposta da meridiani
e paralleli: esistono, ma nessuno sa dove. Appaiono
allo sguardo del navigatore come approdi splendidi ma
irraggiungibili. Chi saprebbe orientarsi nei mari di
Claude Lorrain, incendiati dai dorati raggi di mille
tramonti? Quale capitano potrebbe navigare nelle sfavillanti
marine di Turner? Quale nostromo potrà mai vantarsi
di avere avvistato la mitica Citera di Watteau, o l'oscura
Isola dei morti ritratta da Bocklin?
Luminose apparizioni
o geografie impossibili, le isole di Calvino o le infinite
biblioteche di Borges. In fondo, sono loro le uniche
"isole non trovate".
Terza navigazione
Sospese tra sogno e
realtà, simbolo e memoria, le isole dipinte da
Massimo Catalani appartengono a orizzonti di terra.
Luoghi paradossali, si innalzano in un mare di sabbie
dai toni ambrati. Spesso la linea di confine che le
separa dalle acque sabbiose di cui sono circondate è
sottilissima, come in un miraggio. Oltre quel punto
compaiono massicci profili rocciosi, alte scogliere,
ripidi faraglioni. A volte la prua è vicino alla
terra, altre volte lontana, ma Catalani, il coraggioso
capitano che ci guida in questi peripli surreali, vede
terra e ci illustra le sue visioni marine. Lì
è Basiluzzo, uno scoglio tozzo e deserto davanti
a Panarea, nell'arcipelago delle eolie, mentre quell'isola
piatta è di fronte a Zara, in Dalmazia. E poi,
forse,altre isole,anoi più familiari: Ponza Capri,
Ischia, Procida. Anche lel tinte, spiega il capitano,
hanno una storia precisa: la pozzolana romana, la sabbia
gialla di Palombara Sabina, la polvere di marmo bianco
presa dalle cave di Carrara, dove Michelangelo e Bernini
trascorrevano giornate intere per scegliere le pietre
per i loro capolavori. Giallo ocra, grigio, bruno. Niente
colori ad olio nè acrilici, ma polveri minerali,
terre che contengono nella loro grana il sottile peso
e la poesia di una tradizione secolare, il "genius loci"
dell'arte italiana, quel profondo amore per la materia
bruta che aveva portato Burri a bruciare il legno grazzo,
a strappare la juta, a tagliare il ferro. Catalani non
ha voluto rinnegare la sua terra e i suoi luoghi, ma
ha coniugato le visioni dei marinai, che da secoli solcano
la acque del Mediterraneo, con il piacere tattile e
cromatico delle materie di cui è fatto l'antico
cuore della città, Roma. Così ha dato
vita ad opere che non sono nè dipinti nè
sculture, ma ricordi di un navigatore.
Memorie di viaggi passati
e presenti, approdi sicuri tra gorghi e minacce che
dominano i mari del quotidiano, dove le terre sono mobili
come le acque e solo l'arte, forse, può tracciare
nuove rotte verso il futuro.
Ludovico
Pratesi
"CARO
ARNALDO... CARO MASSIMO..."
Caro Arnaldo,
ti scrivo per trattare
quello che ritengo saliente nella fatica che andiamo
a fare. Prendo ora questa iniziativa, con il lavoro
in corso, ora che la tua presenza é di maggior
conforto. Ho diviso il discorso in valenze, cercando
di limitarmi ma allo stesso tempo di non esagerare,
per sentire ció che hai da dire.
Preeliminare a tutti
i discorsi é quello sul perché di questa
terra. Questa e' quella che calpestiamo ogni giorno,
noi razza romana, e che ricopriamo di cose fino a non
ricordarne piú il colore, la sua luce. La sua
natura è vulcanica e marina. E' povera ma non
è una povera natura. Quì c'e' la pozzolana
romana, quella della malta dei romani, degli acquedotti;
la sabbia gialla è quella che nelle ere geologiche
era la grande spiaggia su cui batteva il mare che arrivava
a Tivoli. La sabbia é di Palombara Sabina, in
mezzo si trovano, talvolta, conchiglie fossili. La luce
di una materia di fuoco che va a narrare la luce di
una materia di acqua. Strano no?
Al primo punto metterei
senz'altro il soggetto: sono isole e lo sono perché
raffigurano, per me, qualcosa di molto attuale; ed essere
in mezzo al mare non é in se un dato triste.
Il mare é natura ed immergersi in esso é
un atto di nuova nascita, é battesimale. L'isola
é un punto fermo che é lí e non
necessariamente va raggiunta o non subito; la sua forza
é che c'é. L'attualitá é
in quest'analogia marino-navigatoria. Un' epoca in cui
nasce in noi la consapevolezza di non poter mai piú
acquisire sapere, nel senso di accumularlo ma solo scartarlo,
scartare saperi per poterne conservare degli altri,
sempre piú piccoli e sempre piú personali.
Navigare certi mari e scartarne certi altri. Che ne
farò, domani, di ciò che ho scartato oggi?
Questa condizione di essere in mezzo al mare mi piace.
Dove andare?
Al secondo metterei
un simbologia caratterial-radicale. Se i montanari sono
attaccati ai loro siti e i marinai a loro lidi perché
non dobbiamo avere noi un amore viscerale ed ingenuo
verso la nostra terra? Verso i colori che hanno sempre
fatto, piú o meno, Roma? Ha ancora senso affermare
una propria romanitá ?
Al terzo si vede di
come finalmente (o temporaneamente?) mi sono liberato
dei colori. Non ci sono colori, solo materie colorate.
Le preparo con una certa fatica passandole al setaccio,
impolverando tutto. Vado così a trattare la luce
stessa della materia e la sua declinazione. Vado a cercare
le leggi proprie sull'espressivitá di una e ogni
materia.
Al quarto la questione
del media caldo-media freddo, un pó vecchiotta
che si ripropone. Sai come rifletto sull'importanza,
ai fini della trasmissione di un messaggio, del controllo,
del dominio, di qualche forma di intervento sul mezzo.
In questo caso mi accorgo di preferire quei miei lavori
che per colore o per contrasto, comunicano attraverso
dei toni delicatissimi in cui l'osservatore, se é
dotato di tempo e silenzio interiore, puó lasciarsi
andare ad una sua evocazione, in cui la sua personale
interpretazione diventa preponderante rispetto al testo.
Ogni isola é tutte le isole di una memoria, ogni
cielo, ogni mare risiedono giá nell'interprete,
la tela é catalizzata/catalizzante. Scelgo senz'altro
il media freddo.
Al quinto un problema.
Il bianco messo in alcuni lavori mi fa precipitare verso
qualcosa di antico. Il bianco é polvere di marmo
di Carrara. Mi sono chiesto: se vado a Carrara a prendere
una materia da immettere in un lavoro su Roma non é
che sono diventato preda dell'ornamento? E questa storia
é dura da digerire. Mi salvo pensando a quanta
Roma è fatta di bianco di Carrara.
Al sesto di nuovo simbologie
spero allegoriche. Ho lavorato, tra l'altro, ad un grosso
scoglio chiamato Basiluzzo che sta davanti a Panarea,
e un' altra isola, piatta, credo con fondali spettacolari
che sta davanti a Zara. Ho una gran paura di toccare
quest'argomento e non voglio fare ne' lo jettatore ne'
lo speculatore. Tratto solo la loro geografia ma in
me é presente cosa era la Dalmazia dieci anni
fa quando vi ho navigato. Sarei felice di tornarci presto
ma sarei veramente infelice se non potessi tornare a
Basiluzzo.
Caro Arnaldo, quí
oltre che il mezzo ed il messaggio é in discussione
il mittente, cioé la persona. Vorrei sapere se
i miei quesiti sono leggittimi e se lo sono qual'è
il giudizio che meritano. Possibilmente motivato. E
vorrei saperlo da Te ma anche da coloro che vedranno
la mostra. L'artista non si puó piú nascondere
dietro a ció che gli altri scrivono di lui. Per
ritrovare il mondo deve esporsi in maniera diretta,
essere in mezzo al mare, insieme ai pesci, agli uccelli,
alla umiditá e permeato di salsedine.
Dicembre 1994
POSTILLA: ti sottopongo
un titolo possibile: VEDO TERRA. Nel senso: è
in questo modo, è così che vedo terra,
la terra. Da questo luogo instabile e non necessariamente
pericoloso. Siamo nel mare, in piena navigazione, tutto
procede e noi siamo quì, sotto gli agenti atmosferici,
esposti ed immersi nella natura. Continuiamo a seguire
ordinatamente il nostro cammino e non abbiamo ancora
perso il gusto, nell'esporci, nel guardare, nell'immaginare,
anche nel sognare. Si vede terra, non si è ancora
arrivati, non è il momento del riposo, si continua
a navigare, a vivere. Così come nella vita dietro
a forme apparenti ci sono gli echi di altri sensi nascosti,
così nell'arte l`analogia del gioco ci estrania
e ci porta in altri punti di osservazione. Nuove cose
diventano interessanti. Forma e Materia possono rappresentare
sensi opposti. Terre naturali portano con loro i rispettivi
carichi di simbologie, di linguaggi. Il rimescolamento
delle materie, la trasmutazione delle sostanze, sono
ancora luoghi di fascinazione. Navigare in essi è,
per me, tempo di piacere e di pienezza. Asserisco nell'osservazione,
il diritto naturale a vivere anche di questo, con tutto
il libero potere del pensiero e della fantasia. In modo
soggettivo, il mezzo si raffredda nell'espressione,
il lettore si scalda, se vuole, nell'interpretazione.
La pittura e Archeo-Logo-Logia, è ricerca delle
radici del linguaggio figurativo, è ricerca del
suo essere necessaria, è piacere colto per palati
raffinati, e un pò nostalgici. L'arte futura
non passerà per le tele e lo stesso la pittura
avrà ancora un suo senso, se sarà Arte,
vedremo. Non è ancora il tempo di abbandonarle,
le tele, ed in quest'epoca di Finis-Russie esistono
ancora sapienti in grado di esprimere ed apprezzare
codici linguistici e che sono in grado di tramandarli.
In tutto questo movimento un pò di punti fermi
fanno comodo, Arnaldo, e se facessero pensare più
a Foutrier o a Tapies o addirittura a Turner, allora?
Se facessero pensare a Manzoni P. o a Manzoni A. cos'altro
vorrebbero dire? E se facessero pensare a Morandi G.(Giorgio)?
E se non facessero pensare? La visione è necessariamente
pensiero?
Resta che vedo terra
e vedo le terre dei colori di Roma (il presente) sempre
in mezzo tra i vulcani (il passato) ed il mare (il futuro).
Non è importante il significato di questa mostra,
lo è la sua possibile carica evocativa: è
questo ciò che cerco, la possibilità per
l'osservatore di caricare nella memoria dei significati
semplici, creati in una ricerca di primordialità.
Quì mi ricongiungo con l'osservatore nel nostro
comune essere cosa, grave, materia ed il nostro comune
significare vita, forse bellezza, forse salvezza. Questo
mare che ci sostiene può avvicinarci al distacco
necessario a vedere le cose di questa terra.
Aprile 1995
Massimo Catalani
Caro Massimo,
oggi è l'ultimo
giorno del mese di agosto dell'anno 1995, e ho inteso
rileggere la tua appassionata lettera (inviatami alla
fine dell'anno 1994 e di già relativa all'incontro
per la nostra esposizione). Lettera appassionata che è
anche passionale dichiarazione d'intenti creativi. Volevo
scrivere, per te e per la tua mostra, un testo critico
di presentazione secondo gli schemi consueti, ma la lettura
del tuo scritto in due tempi mi ha conquistato al desiderio
di risponderti: di scrivere, quindi a mia volta, una lettera
che si ponesse in maniera speculare alla tua. Ma a questo
punto ho bisogno di spazio, perchè mi sembra necessario
fare un pò la storia che riguarda il nostro incontro.
La prima volta che ho visto tue opere è stata in
una esposizione collettiva curata da Ludovico Pratesi:
in un gioco generale fortissimo di installazioni e concettualità
varie (anche in ottima resa e qualità), i tuoi
quadri apparivano nella sorgività di una ironia
e di un piacere di vivere che ne facevano la loro singolarità.
I tuoi ortaggi giganteschi (che si andavano ad assommare
ai precedenti e altrettanto grandi piatti di pastasciutta,
al ciclo dei galli e delle galline che ho poi avuto modo
di vedere nel tuo studio) invitavano, con discrezione
epperò gioia, a un amore per le meraviglie della
natura, così come la natura ha la geerosità
di donarci la spontaneità che è il punto
di forza che è il punto di forza del meraviglioso
miracolo costituito dalla vita sul nostro pianeta. E,
dunque, ti ho conosciuto attraverso la via dell'ironia,
della gioia, così rara nei racconti della nostra
arte più recente, e forse dell'arte in generale.
Poi, un giorno e già dopo l'inizio dei nostri accordi
preparatori all'esposizione che questo catalogo testimonierà
nel tempo, sei venuto a trovarmi in galleria (con la ventata
di entusiasmo che sempre ti accompagna) e dalla tua cartella
hai tirato fuori un'opera piccina, incofanettata nella
sua cornice e che raccontava di un'isola vista in lontananza
da un navigatore (non presente nella composizione), nella
meraviglia di spazio aperto di mare e di cielo. La tecnica
era la stessa degli ortaggi, dale paste e delle galline,
ma la cromìa si struggeva nella sabbiosità
di unno scirocco che quasi pareva di sentire sulla pelle
del proprio volto. Quel navigatore non presente nela composizione,
ma artefice chiarissimo di quell'avventuroso vedutismo
e quindi anche più presente che se visibile, mi
ha offerto la comprensione di un altro tuo versante, di
un'altra sfaccettatura della tua invenzione. Mi ha dato
il segnale di un assaporatore della solitudine, di un
uomo che conquista attraverso la solitudine il senso adulto
delle azioni umane, immerso nella natura ed equiparato
alla sostanza della natura. Non ho avvertito, nelle tue
isole, una solitudine dolorosa, bensì una solitudine
vicina ad atti meditativi e trascendentali. E da questo
-diversamente non è possibile- si diparte un senso
di serenità, quasi di pacificazione (serenità
e pacificazione che, al di là della presenti ed
inevitabili ambasce quotidiane, Sostanzia la qualità
dell'entusiasmo, della gioia e della capacità di
leggera ironia che ho sempre apprezzato nel tuo lavoro).
E tutto ciò mi viene confermato, come meglio non
si potrebbe, dal tuo scritto, laddove dici testualmente
"Il mare è natura e immergersi in esso è
un atto di nuova nascita, è battesimale".
Caro Massimo, tu
ti occupi anche di Artel, di un giornalismo dell'arte
messo in atto con i mezzi propri dell'informatica, e questo
fa parte della versatitlità generosa con cui ti
dedichi al mondo dell'arte, con quella volontà
e visione circolare che sono tra i mezzi migliori per
la buona riuscita dele cose. E muovendoti, perciò,
all'interno di quelle vicende espositive che privilegiano
la "ricerca" (ma, mi domando, ricerca di cosa, ormai?),
il "senso evoluzionistico" a tutti i costi dell'arte,
hai acquistato un abito mentale che ti fa porre delle
domande che solamente possono far approdare all'area del
dubbio. L'esercizio del dubbio, in sé, è
manifestazione di una forte volontà dell'intelligenza;
ma avere dubbi sulla realtà del proprio campo di
azione è solamente atto masochistico che potrebbe
fornire valide ragioni a coloro che attraversano il tuo
tipo di espressione creativa. Va detto: alcuni "cattivi
ragazzi" (contenti di essere tali) delle attualli vicende
dell'arte, giocano senza mezzi termini a un terrorismo
culturale che sottende, in realtà, bieco conformismo:
il loro pensiero, infatti, ha un valore ultimativo: "O
con noi (e allora sei nel giusto), o contro di noi (e
allora non vali nulla). Ma l'arte, caro Massimo, è
l'esercizio principale di libertà e di messa in
atto della diveersità. Amando esclusivamente la
loro possibilità espressiva -che giudicano non
solo la migliore, ma l'unica lecita -e non apprezzandone
di diverse, non sono molto dissimili da coloro che commettono
vituperabili atti razzistici: sono, in realtà,
dei razzisti in arte. Se
il bianco è polvere di marmo di Carrara, e questa
ti consente lo splendore delle nuvole più belle,
perchè attardarsi sul dubbio di un senso dell'ornamento?
Questo è un falso problema, in quanto le possibilità
estetiche sono una nota in più da fare risuonare
nella realizzazione della creatività. Io non me
la sento di sostenere -come tu fai credo solo per modestia
innata, intendendo minimizzare le possibilità delle
tue opere -"l'arte futura non passerà per le tele"..
Una frase simile mi fa ricordare -la cito per il piacere
del buon umore- una canzonetta divertente degli anni Sessanta
(era di Bruno Martino): "Nel Duemila noi non mangeremo
più nè bistecche nè spaghetti col
ragù!". Ecco: siamo a quattro anni dal Duemila
e, grazie al cielo, continuiamo a mangiare bistecche e
spaghetti, magari solo stando attenti alla linea e al
colesterolo. Caro
Massimo: gli esseri umani hanno sempre sentito il bisogo
di "colorare", di maneggiare i materiali della pittura,
di trasformare, su tela, su parete e su tavola, terre
colorate e paste, con l'olio e i collanti e con tutti
i mezzi leciti per rendere l'immagine ai fini di un racconto.
Sai, io credo che le esigenze degli uomini non siano mai
cambiate; al più cambiano òe condizioni
del tempo e, come dici tu, "esistono ancora sapienti in
grado di esprimere e apprezzare codici linguistici e che
sono in grado di tramandarli". Con il ciclo di opere che
hai riunito sotto il titolo Vedo Terra, tu hai superato
una porta che si apre su un giardino segreto, pervenendo
in quella zona di azione che si contraddistingue per il
coraggio della libertà:hai realizzato opere che
sanno parlare (o che, nel peggiore dei casi, possono parlare)
al cuore di chi osserva. Credimi: non è cosa da
poco. Guardando ora l'insieme di tutte queste opere, io
personalmente, Arnaldo e non altri, le vivo con il piacere
rasserenante che ogni opera compiuta riesce a trasmettermi.
Come sempre faccio con opere d'arte che mi piacciono,
creo per loro possibilità di amicizia con altre
arti: me le accompagno nei miei pensieri, con la musica
ariosissima di A Sea Symphony di Ralph Vaughan Williams
e con i Racconti di mare e di costa di Joseph Conrad.
Come puoi vedere, Massimo, ti ho messo in buonissima compagnia.
Arnaldo
Romani Brizzi
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