Arte Agricoltura
Villa Mazzanti, Roma
23 settembre 1999
NATURA DIPINTA
Prima puntata: La campagna
romana di Duilio Cambellotti
Nel clima di "ritorno all'ordine"che
domina la cultura artistica italiana tra le due guerre, la rappresentazione
del paesaggio naturale diventa a volte un pretesto per illustrare
l'operositá dei contadini, che con il lavoro quotidiano
rendono fertile la campagna . Secondo modelli e
tradizioni che rimontano al Rinascimento (si pensi ai lavori
campestri descritti dagli artisti dell'Officina Ferrarese nei
misteriosi affreschi dei mesi nel Palazzo Schifanoia di Ferrara)
, un protagonista di primo piano di quell'intensa stagione come
Duilio Cambellotti realizza una serie di dipinti destinati
alle Scuole per i Contadini dell'Agro Romano. "Ho praticato
la campagna romana - scriveva Cambellotti- come artista e come
gregario di una nobile opera di redenzione": un compito vissuto
come una missione che lo porta a dipingere il paesaggio dell'Agro
Romano e i suoi abitanti, per soffermarsi sugli arnesi da lavoro
e descrivere le usanze tradizionali, praticate per secoli dalle
genti pontine. Un'attivitá che non rifugge da intenti
didattici ed educativi, che prendono forma in una serie di illustrazioni
per libri e manuali destinati appunto agli agricoltori della
regione, dove la stilizzazione delle forme si sposa ad una accurata
descrizione delle diverse attivitá agresti , in una felice
sintesi tra tradizione e modernitá.
Greggi di pecore al pascolo,
campi arati di fresco, contadini dediti alla semina o all'aratura:
la natura agricola vista da Cambellotti possiede ancora tutti
gli elementi per raccontare col pennello un'Italia che si avviava
allora a diventare un paese industriale, e dare luogo a quel
fenomeno di rapida urbanizzazione che avrebbe investito le maggiori
cittá italiane. Cosí il trittico di Cambellotti
esposto a Villa Mazzanti é il logico contraltare della
cittá futurista di Balla e Boccioni, dinamico magma di
forme e colori che costituisce il volto delle megalopoli di
oggi, e anche la tranquilla e forse utopistica risposta al silenzioso
squallore delle periferie di Mario Sironi, profetiche visioni
di luoghi dove serpeggiano violenza e alienazione.
Seconda puntata: la frutta
virtuale di Massimo Catalani
Alla natura poetica e serena
di Cambellotti si passa, con un salto di qualche decenmio,
agli ortaggi giganti e "alieni"di Massimo Catalani, prodotti
di un mondo multimediale dove l'oggetto virtuale é diventato
piú reale della stessa realtá. Non rassicuranti
ma gioiosi, non verosimili ma allegramente invadenti, i rossi
pomodori di Catalani entrano a far parte dell'immagine di Roma
, in un gigatesco stendardo trasparente che spezza l'armonia
neoclassica della loggia di villa Mazzanti, aperta sui tetti
della cittá eterna.
Figli illeggittimi della relazione
tra Andy Warhol e Giorgio De Chirico che ha generato la pittura
neopop italiana di questa fine millennio , pomodori, peperoncini
e peperoni di Massimo Catalani trasferiscono la dimensione rassicurante
della frutta coltivata nei campi dai contadini nel territorio
postumano della coltivazione in serra, della frutta nutrita
di prodotti chimici e di coltivazioni transgenetiche, dove ogni
frutto assume un aspetto perfetto e senza macchia, che gli permette
di essere trasferito nell'universo incontaminato dell'immagine
virtuale. Nati dall'incrocio tra le Campbell soup di Warhol,
gli "ice cream "di Oldenburg e gli oggetti indecifrabili che
tingono di mistero le atmosfere sospese dei dipinti metafisici
di De Chirico, gli ortaggi di Catalani sono seducenti come le
immagini pubblicitarie, mantenendo peró una forte carica
di ironica allegria.
Ma c'é dell'altro: proprio
per non cadere nel trabocchetto, e mantenere un filo sottile
con il suo pubblico reale, l'artista realizza le sue opere con
una tecnica particolare, che conferisce a peperoni e pomodori
un alto grado di fisicitá. Come scrissi nel 1992 in occasione
della sua prima personale alla galleria "Roma e Arte", "la pittura
di Catalani riesce a creare un corto circuito tra il vocabolario
della Pop Art americana (con riferimenti precisi alle ricerche
di Claes Oldenburg e Jim Dine) e quello , tutto europeo, dell'informale
materico di Jean Fautrier e Jean Dubuffet". Senza rinunciare
dunque alla forza mediale dell'immagine che domina la superficie
blu dello schermo ( che sia televisivo o del PC, poco importa
ormai) , l'artista invoglia il pubblico a toccare l'opera, provocando
un rapporto interattivo con il dipinto che si traduce in una
relazione di carattere tattile. "Non puó esistere un
fatto artistico senza un suo pubblico" afferma Catalani, e propone
quindi una figurazione incentrata su presenze dirette e riconoscibili,
tipicamente italiane: prodotti naturali come frutti ed ortaggi
scelti per il loro valore cultural-gastronomico. Grasse zucche
dalle tinte aranciate, pere dalla buccia screziata che ricordano
sensuali forme femminili, sottili peperoncini piccanti , ciuffi
di pomodori rossi che esaltano una natura incontaminata . Una
scelta che recupera, senza soluzione di continuitá, il
filo rosso della natura morta barocca, dove ogni elemento era
connotato da un preciso riferimento simbolico e morale. Dalla
famosa "Canestra di frutta"(1596) del Caravaggio, dove mele,
fichi ed uva rimandano alla flora divina presente nelle sacre
scritture ,alle pesche vellutate delle fruttiere dipinte da
Fede Galizia e Panfilo Nuvolone, dai tavoli di cucina traboccanti
di pesci e crostacei dipinti dai napoletani Recco e Ruoppolo,
abbaglianti e teatrali metafore dell'abbondanza fino alle
raffinate composizioni del bergamasco Evaristo Baschenis, dominate
da un gusto per il "trompe l'oeil"che arriva fino alle ditate
di polvere che attraversano le casse panciute di liuti e mandolini.
Italiano nella scelta del tema, affrontato con una vena di leggera
ma penetrante ironia che non sconfina mai nel cattivo gusto,
ma ancora piú italiano nella tecnica di esecuzione, che
ricorda nella sua antica manualitá gli artisti del Rinascimento.
Lasceró che sia lui a raccontarvi il piacere di mescolare
i pigmenti di colore con sabbie e terre , o la pazienza necessaria
per ottenere le dorature in oro zecchino , necessarie per trasformare
pere, mele o carciofi romaneschi in preziose icone vegetali.
Passaggi imprescindibili per dare vita a questa "natura dipinta"
che oggi anima sale, logge terrazze e giardini di Villa Mazzanti,
in una festa di forme e colori rivolta a tutta la cittá.
Ludovico Pratesi
Preparazione
dei lavori
Villa Mazzanti vista
da viale Angelico
Massimo Catalani
e François Finzi

I pomodori, Villa
Mazzanti e l'osservatorio di Monte Mario
Una vista ravvicinata

la Villa vista dal
selciato (foto di François Finzi)
Villa Mazzanti (foto
di François Finzi)
la mostra
all'interno della Villa
QUATTRO DOMANDE
A MASSIMO CATALANI
Sabrina Vedovotto: Sono
passati diversi anni da quando hai cominciato a lavorare nel
mondo dell’arte, e nella tua produzione, con il passare del
tempo, ci sono stati molti cambiamenti; i soggetti, le dimensioni
delle opere; anche le tecniche sono cambiate?
Massimo Catalani: In
realtà io non ho mai usato una sola tecnica ma nel corso
degli anni ne ho utilizzate molte, componendo delle miscele
differenti. Ho cominciato nell’88 usando una miscela di pigmenti
e colla vinilica e vi dipingevo soprattutto architetture, che
non ho peraltro mai esposto; poi nel ’92 ho cominciato ad inserire
nell’impianto una polvere bianca di Carrara - un materiale edile
che si può acquistare nei negozi specifici - ed è
nato un impasto sabbioso composto di polvere di marmo, di pigmento
e di colle viniliche, che è quello che uso puù
spesso. Nel ’94 poi ho ricercato altre sabbie: la sabbia di
Roma, quella del Tevere, la sabbia del mare, le argille dell’entroterra;
ogniqualvolta facevo una esposizione utilizzavo la terra del
posto; per quella di Ginevra del ’95 per esempio ho preso la
terra che ho trovato lì. Ho continuato a mischiare tutto,
fino ad arrivare alla mostra dei non vedenti, del ’95, in cui
le sabbie che usavo avevano delle granulometrie diverse; ad
un’idea di liscio associavo una granulometria fine, ad un’idea
di scuro una granulometria scabra, grossa. Nel frattempo ho
anche ideato delle cornici che derivano da una tecnica del Cinquecento
della doratura romana, a foglia; queste cornici le ho realizzate
con legno ricoperto di gesso di Bologna e colla di coniglio.
Poi dal ‘97-98 ho incominciato a lavorare in collaborazione
con degli artigiani doratori romani, e da questa collaborazione
è nata l’opera Pera su foglia d’argento, presente nella
mostra, che non è realizzata secondo il sistema canonico
della doratura, ma ha un fondo di gesso che io chiamo smanacciato,
perché fatto con le mani in maniera quasi tribale.
S.V.:Tu oltre che pittore
sei anche scultore; in questo caso invece sei rimasto legato
alla tradizione?
M.C.: Io sono un architetto,
e ho frequentato, e ancora frequento i cantieri; per le sculture
ho usato quindi il siporex, che sarebbe cemento alveolato, che
si usa per le ristrutturazioni; ho lavorato a scalpello, a martello,
a pialla, a raspa, ed è proprio assemblando i pannelli
di siporex che ho ottenuto i bassorilievi presenti in mostra.
S.V.:Per le due carte
che sono all’interno del ninfeo dell’acqua hai utilizzato una
di queste tecniche che hai appena elencato?
M.C.: No, lì ho
usato degli impasti di bianco meudon su carta che è sottofodera
di carta da parati, e sopra vi è un colore acrilico.
S.V.: Tutte queste tecniche
sono innovative, ma differenti da quelle tradizionali; pensavi
che queste ultime non fossero adatte al tuo lavoro o volevi
comunque sperimentare?
M.C.: Il motivo è
ancora più semplice, io non ho una formazione classica,
non ho fatto il liceo artistico, non vengo dall’accademia; quindi,
pur non essendo un autodidatta - sono pur sempre un architetto
- non ho seguito un percorso accademico e pertanto porto nella
mia ricerca artistica una cultura che viene dalla frequentazione
assidua dei cantieri romani, legati al restauro. Le poche volte
che ho usato le tecniche tradizionali, le ho usate male; non
so dipingere a olio e quando lo faccio i risultati sono “inguardabili”.
Sabrina
Vedovotto
Zucca
cm.220x120 ca. tecnica
mista su tavola
1998
Trionfo di peperoncini
cm.255x183
1999
Pera su foglia d'argento
cm.92x164
1999
Carciofo su
foglia d'argento cm.35x45
Limone
m.120x150 bassorilievo su cemento alveolato
1999
Peperone
m.180x125
bassorilievo su
cemento alveolato
1999
Peperoncino
m.250x60
bassorilievo su cemento
alveolato
1999
Zucca
m.180x150
bassorilievo su
cemento alveolato
1999
Peperoncino
su argento "smanacciato"
Pomodoro su foglia
d'oro 24 k
Bozzetto preparatorio
dello stendardo
cm. 50x60,1999, acrilico
su tela
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